Martin Luther King

di Paola P

Michael (in seguito Martin) Luther King junior nasce il 15 gennaio 1929 ad Atlanta in una famiglia nera strettamente legata alla religione cristiana. Abbraccia fin dall’infanzia la vocazione di diventare un pastore che cerca di mettere in pratica la sacra parola di Dio. È un religioso che ha molto a cuore la condizione disagiata della propria gente (siamo nel periodo del dilagare in America del razzismo dei “bianchi” nei confronti dei “negri”) combatte con tutte le forze del proprio sapere e della fede questo problema, non solo in modo circoscritto al luogo in cui risiede ma anche viaggiando e rispondendo ai richiami di aiuto delle altre parti del continente. Diventa portavoce della sofferenza e dell’ingiustizia nera, si pone come mediatore tra il popolo e il presidente in carica, esorta ogni singolo individuo a ribellarsi in maniera non violenta, presiede a molti discorsi sociali e congressi. Il 10 dicembre 1964 a Oslo riceve il premio Nobel per la pace. Dopo aver lasciato un segno indelebile nella storia dell’emancipazione afroamericana, si spegne assassinato il 4 aprile 1968, con dignità e grande rispetto.

King non ha mai scritto un’autobiografia completa, ma è autore di tre libri importanti, articoli, saggi, discorsi, sermoni, lettere e manoscritti; molti dei quali sono stati elaborati e ricopiati in modo da continuare a far vivere il suo profondo insegnamento.

Avendo attentamente letto, con immensa ammirazione e anche una leggera commozione, un’autobiografia del protagonista in questione a cura di Clayborne Carson, ho deciso di sviluppare il mio lavoro trascrivendo alcune espressioni che ho incontrato con il susseguirsi della lettura e che, a mio parere, riassumono il pensiero di Martin Luther King.

Il testo non costituisce tanto l’esame di una vita privata, quanto e soprattutto un’autobiografia religiosa e politica. La narrazione della vita di King scaturisce dalle parole del protagonista: il lettore trova le riflessioni suscitate dagli eventi della sua vita.

…-Ho abbracciato la fede all’età di cinque anni, per me la chiesa è sempre stata una seconda casa. La dottrina che mi veniva impartita durante le lezioni alla scuola domenicale era senz’altro di tipo fondamentali sta. Nessuno dei miei insegnanti metteva mai in dubbio l’infallibilità delle Scritture. Erano per lo più persone prive di cultura letteraria, che non avevano mai sentito parlare di critica biblica; non sentii comunque mai il bisogno di mettere in dubbio il loro insegnamento. A tredici anni i dubbi incominciarono ad affacciarsi alla mente senza sosta. La prima domanda che mi assillava era: “come potevo amare una razza di gente che mi odiava?” Intorno ai sei anni per la prima volta mi si rivelava l’esistenza di un problema razziale; avevo perso il mio migliore amico bianco solo per una questione di colore di pelle. Da quel momento decisi che avrei odiato tutti i bianchi, e a mano a mano che crescevo questo mio sentimento si accentuava sempre di più. Ho sempre guardato con risentimento il regime segregazionista e l’ho sempre considerato una grave ingiustizia. Il regime di segregazione era molto severo ad Atlanta. Negli autobus i negri dovevano occupare i posti in fondo alla vettura, mentre i bianchi sedevano sul davanti. Alla fine io ero obbligato a restare in fondo con il mio corpo, ma ogni volta che salivo su quell’autobus lasciavo che la mia mente occupasse un sedile davanti. Pensavo: Uno di questi giorni, anche il mio corpo andrà in quel posto dove si trova adesso la mia mente.-


A questo punto dell’analisi dell’autobiografia introduco una poesia tratta dai testi dei poeti neri d’America: Jim Crow:

-Non c’è posto per Jim Crow

Sui cavalli della giostra?

Un signore mi domanda:

Perché ne hai tanta voglia?

Io vengo dal Sud,

Dove al negro e al bianco

Non è permesso di sedere accanto.

C’è un vagone per Jim Crow,

Un vagone a parte sul treno,

Laggiù nel Sud.

E nell’autobus,

Ci mettono dietro, nell’autobus.

Ma la giostra è rotonda rotonda

E non possono mettermi dietro:

Dov’è dunque un posto

A cavallo

Per un ragazzo negro?- (Huges, antologia dei poeti neri)

L’espressione Jim Crow laws si applica alle leggi vigenti negli stati del Sud che imponevano una rigida esclusione dalla società “bianca” a tutte la “persone di colore”, intendendo come tali tutti colore che avessero anche un solo antenato afroamericano. Il nome è anche un soprannome insultante; è preso da una forma di varietà musicale in cui attori bianchi si travestivano e si truccavano da neri, intitolato “Jump Jim Crow”.


Ecco alcuni significativi pensieri di Martin Luther King

-Non potremo avere una democrazia illuminata finché un cospicuo gruppo di popolazione vivrà nell’ignoranza. Non potremo avere una nazione sana finché un decimo del popolo sarà malnutrito, malato, afflitto da germi patogeni che non badano alle linee di demarcazione del colore della pelle, né obbediscono alla legislazione segregazionista. La prima volta che in un vagone ristorante mi trovai dietro una tenda, mi sembrò che la tenda fosse stata calata sulla mia identità. Non sono mai riuscito ad adattarmi perché l’idea stessa della separazione minava il senso della mia dignità e il rispetto di me stesso. Noi reclamiamo e con ragione i diritti e le opportunità fondamentali dei cittadini americani: pari opportunità di accesso a pubblici servizi, il diritto di voto, la parità di fronte alla legge, la stessa cortesia e buona educazione. La mia vocazione al ministero pastorale è stata il frutto di un’urgenza interiore che mi chiamava a servire l’umanità. Una religione che finisce con l’individuo, finisce! Sento che la predicazione è uno dei bisogni più vitali della nostra società. Nella predicazione c’è un grande paradosso: da un lato può essere di grande aiuto, dall’altro può essere assai perniciosa. La sincerità non è sufficiente, il ministro dev’essere sincero e intelligente insieme, deve avere convinzioni ben radicate. La predicazione dovrebbe nascere dalle esperienze del popolo; perciò io, ministro, devo conoscere i problemi del popolo di cui sono pastore. Il ministro deve prendere le opinioni teologiche e filosofiche profonde e inserirle in una struttura concreta: rendere semplice ciò che è complesso. Vedo il ministero della predicazione come un processo duplice: cercare di modificare l’anima degli individui in modo che possano modificarsi le società in cui vivono; dall’altro cercare di cambiare le società, in modo che nell’anima individuale possa intervenire un mutamento. Rifiutavo l’interpretazione dei comunisti materialistica della storia; il comunismo, dichiaratamente laico, non riconosce un posto a Dio. Dato che per i comunisti non esiste un potere divino, non c’è un ordine morale assoluto, non vi sono principi fissi e immutabili, ne consegue che qualsiasi cosa diventa un mezzo giustificabile. Ero contrario al totalitarismo politico del comunismo, dove l’individuo finisce per essere con l’essere soggetto allo stato.sono convinto che l’uomo è un fine perché è figlio di Dio: l’uomo non è fatto per lo stato, è lo stato che è fatto per l’uomo; egli deve essere trattato sempre come fine in sé. Il capitalismo invece corre sempre il rischio di indurre gli uomini a preoccuparsi di guadagnarsi da vivere più che di costruirsi una vita. Leggendo Marx mi convinsi inoltre che la verità non sta né nel marxismo, né nel capitalismo tradizionale: ciascuno rappresenta una verità parziale. In una prospettiva storica il capitalismo non ha saputo vedere la verità dell’impresa collettiva e il marxismo non ha saputo vedere la verità dell’impresa individuale. Nel mio pensiero si verificò un mutamento fondamentale quando comincia a mettere in discussione l’umanesimo liberale. La concezione liberale riflette un ottimismo superficiale circa la natura dell’uomo, che le impedisce di tener conto del fatto che la ragione è offuscata dal peccato. Il liberalismo aveva considerato la natura umana in modo troppo sentimentale; ma un suo aspetto che mi è caro è la dedizione alla ricerca della verità. Il nostro mondo poggia sui cardini del fondamento morale e quindi tutta la realtà è soggetta al dominio dello spirito. Per poter migliorare la nostra condizione disagiata di negri sempre oppressi e senza diritti dobbiamo allargare lo sguardo oltre l’ambito della propria situazione, ribellandoci senza ricorrere alla violenza ma con la forza dell’ animo e della fede. Tutti lavoreranno insieme. Quando nel futuro saranno scritti i libri di storia, proprio qui, a Montgomery (dove King partecipò ad un congresso importante), qualcuno dovrà dire: “C’era un popolo, un popolo nero, un popolo che ha avuto il coraggio morale di lottare per far valere i propri diritti. Questa prontezza di spirito ci viene insegnata anche dall’ispirazione del Mahatma Gandhi. Avevo capito che la dottrina cristiana dell’amore, con il metodo gandhiano della non violenza, era una delle armi più potenti nella lotta per la libertà. Noi crediamo nella legge e nell’ordine. Non dobbiamo farci prendere dal panico, non dobbiamo prendere le armi, non siamo per la violenza, noi vogliamo amare i nostri nemici. Amiamoli e facciamo loro sapere che li amiamo! Ricordate: se anche qualcuno mi ferma, questo movimento non si fermerà; il nostro lavoro non si fermerà perché quello che stiamo facendo è legittimo, giusto. Dio è dalla nostra parte. Alla fine avevamo capito che alla lunga è più onorevole andare a piedi con dignità piuttosto che servirsi di un mezzo di trasporto al prezzo dell’umiliazione. (ricorda gli obblighi imposti agli afroamericani sugli autobus). nel Sud abbiamo ancora a che fare con il segregazionismo lampante e vistoso; nel Nord dobbiamo subirlo in forme sottili e occulte. Se deve vivere la democrazia, bisogna che il segregazionismo muoia. Montgomery segnò la prima azione di massa organizzata e una ribellione non violenta contro il modo di vita del Sud, contro l’ordinamento della società americana. Montgomery ha segnato la svolta psicologica dei negri americani nella loro battaglia contro il segregazionismo. Il negro nato a Montgomery aveva una nuova determinazione a ottenere la libertà e la dignità umana a qualsiasi costo. Poi decidemmo di rivolgerci direttamente agli uomini di potere; la nostra richiesta più pressante al presidente degli Stati Uniti e a ogni membro del Congresso era di concederci il diritto di voto. Una spinta morale maggiore ci venne conferita dall’India, un immenso paese con immensi problemi. Durante il mio viaggio in questa terra dovunque andassimo vedevamo una popolosa umanità, una mirabile qualità spirituale del popolo indiano: sono poveri, ammassati insieme, denutriti, ma non cercano una rivalsa gli uni sugli altri. Vivono pacificamente basandosi sulla filosofia di Mahatma Gandhi, il quale professava: “Non voglio che facciate una religione partendo da me perché sono troppo umano, troppo fallibile, non pensate mai che io sia infallibile” e ogni volta che commetteva un errore si presentava davanti al pubblico e diceva: “Ho sbagliato” . questa gente non aveva nulla, dormivano nella stessa stanza insieme alle bestie dei campi: non avevano altro. Venivano chiamati “gli intoccabili”, nel sistema delle caste erano quelli che facevano i lavori più faticosi, ed erano calpestati dagli stessi indiani. Un giorno venni anch’io chiamato con questo nome e capii che, si, sono un intoccabile, e negli Stati Uniti d’America ciascun negro è un intoccabile. Lui era l’uomo della non violenza caduto per mano di un uomo della violenza; un uomo dell’amore caduto per mano di uomo che nutre odio. L’odio che si maschera dietro all’egoismo e alla brama di potere si verifica soprattutto nel nostro governo che, a mio parere, ha una visuale piuttosto ristretta della società, temo che manchi inoltre di senso della storia e di una autentica moralità. Sono consapevole del fatto che tutte le comunità e gli stati sono in reciproca correlazione. L’ingiustizia che si verifica in un luogo minaccia la giustizia ovunque. Qualunque cosa riguardi direttamente un individuo, riguarda in modo indiretto tutti. In una campagna non violenta ci sono quattro fasi fondamentali: la raccolta dei fatti per determinare se le ingiustizie ci sono; la trattativa; la purificazione di se stessi; l’azione diretta. Tutti gli statuti del segregazionismo sono ingiusti perché il regime segregazionista distorce l’anima e danneggia la personalità, ossia finisce per considerare le persone come cose. Quindi il segregazionismo non è soltanto privo di fondamento politico, economico, sociologico: è contrario alla morale e peccaminoso. Paul Tillich dice che il peccato è separazione. Un grande americano, il presidente Abraham Lincoln, nel 1863 firmò il Proclama dell’Emancipazione: si trattava di una legge epocale che accese la speranza per milioni di schiavi negri. Era giunto il momento di dichiarare la guerra mondiale senza quartiere contro la povertà. I paesi ricchi devono attingere alle loro vaste risorse, alla loro ricchezza, per aiutare i sottosviluppati a svilupparsi. L’ingiustizia razziale è in tutto il mondo, la povertà, la guerra. Quando l’uomo avrà risolto questi tre grandi problemi avrà ottenuto un progresso scientifico. E, cosa ancora più importante, avrà imparato l’arte e la pratica di vivere nell’armonia. In seguito si ebbe la crescita del nazionalismo nero che rappresenta il sintomo di una più profonda irrequietezza, dell’insoddisfazione e della frustrazione. Dobbiamo marciare sulle scuole a regime segregazionista finchè i negri e i bianchi possano studiare fianco a fianco; marciare sulla povertà finchè nessun genitore americano sia costretto a saltare un pasto per dare da mangiare ai suoi figli; marciamo sulle urne elettorali finchè non avremo il diritto di esprimerci. Con la marcia do Selma a Montgomery, in Alabama, noi otterremo molto; Selma ci ha portato una legge sul diritto di voto, una piccola luce in un buio durato anni. Dalla delusione, infatti, nasce la disperazione e dalla disperazione nasce il rancore. Dobbiamo lavorare per creare una fierezza razziale, respingendo l’idea che nero equivale a malvagio e brutto. Si ebbe così la trasformazione dell’impotenza in potere creativo e positivo: il “Black Power”, inteso nel senso più vasto, era un appello rivolto alla popolazione nera per esortarla ad accumulare una forza politica ed economica tale da permetterle di conseguire i propri legittimi fini. Nella sua versione migliore il potere è amore che traduce in realtà le esigenze della giustizia. I nostri sono tempi rivoluzionari; in tutto il mondo gli uomini si ribellano contro gli antichi regimi di sfruttamento e di oppressione. La croce non è una cosa su cui ci si limita a posare le mani; non è una cosa che si porta indosso. La croce è una cosa che si porta e, in ultima analisi, su cui si muore. La croce non può voler dire la morte della tua popolarità ma la sua rinascita; bisogna quindi avere ciecamente fede nella croce di Dio. Si è morti quanto si rifiuta di schierarsi dalla parte della verità, della giustizia… Non pensate mai di essere da soli. Andrete in prigione, se necessario, ma non andrete mai soli. Prendete posizione di quel che è giusto, e magari il mondo non vi capirà, vi criticherà, ma sarete mai incompresi e soli. Ci sarà sempre Dio. Tanti fra i nostri antenati cantavano canti di libertà, sognavano il giorno in cui sarebbero potuti uscire dalla schiavitù, dall’ingiustizia. E cantavano perché avevano un sogno grande e potente; molti di loro sono morti senza vederlo realizzato ma avendo comunque lottato fino alla fine. Molto spesso quando si cerca di costruire il tempio della pace si rimane soli, si resta scoraggiati, si resta smarriti. Ebbene, così è la vita. E quel che mi rende felice è che attraverso la prospettiva del tempo riesco una voce che grida: “Forse non sarà per oggi, o per domani, ma è bene che sia nel tuo cuore. È bene che tu ci provi”. magari non riuscirai a vederlo. Il sogno può anche non realizzarsi, ma è comunque un bene che tu abbia un desiderio da realizzare. È bene che sia nel tuo cuore. Nel cuore dell’universo esiste una tensione tra il bene e il male. L’induismo descrive questa situazione come una lotta fra illusione e realtà. La filosofia platonica la descriveva come una lotta fra il corpo e l’anima. Lo zoroastrismo, una religione antichissima, la descriveva come una tensione tra il dio della luce e il dio delle tenebre. Il giudaismo tradizionale e il cristianesimo la spiegano come una tensione fra Dio e Satana. È una lotta strutturale della nostra stessa vita; è una guerra civile.non conta chi sei, non conta dove vivi, nella tua vita c’è una guerra civile in corso.ogni volta che ti predisponi ad amare, qualcosa comincia a tirarti dalla sua parte, cercando di farti arrivare ad odiare. Alla fine ci tocca essere d’accordo con Platone, e dire che l’indole dell’uomo è come un uomo che guida un carro con due cavalli testardi, ciascuno dei quali vuole andare in una direzione diversa. Dio non ci giudica per i singoli incidenti o per i singoli errori che commettiamo, ma per la tendenza generale della nostra vita. Dio sa che i suoi figli sono deboli e fragili. Quel che vi chiede Dio è che il vostro cuore sia retto. Il paese è malato, la terra è in pena, c’è grande confusione. Nel nostro mondo accade qualcosa, le masse si stanno sollevando, e oggi, dovunque si radunino, il grido è sempre uguale: “Vogliamo essere liberi”. a questo mondo non è più questione di scegliere tra violenza e non violenza, si tratta di scegliere o non violenza o non esistenza. La nostra forza più grande è che dobbiamo restare uniti e conservare in ogni occasione la nostra unità.-…


Terminata questa mia trascrizione delle riflessioni di Martin Luther King, vorrei soffermarmi su un argomento da lui presentato nella biografia: “Le tre dimensioni di una vita completa”.

-La Lunghezza della Vita non corrisponde alla durata, non riguarda la longevità. Si tratta piuttosto dello slancio con cui una vita persegue i suoi obbiettivi e ambizioni personali. È la preoccupazione interiore verso il proprio benessere personale.

La Larghezza della Vita riguarda la preoccupazione esteriore per il benessere degli altri.

L’Altezza della Vita è la tensione verso l’alto, verso Dio.

Se non sono sviluppate tutte nessuna vita può ritenersi completa.

Essa è un grande triangolo: a uno degli angoli si trova la persona singola, l’individuo, a un secondo angolo si trovano altre persone, e al vertice superiore sta Dio.-

CONCLUSIONE

La finalità del mio lungo lavoro è stata quella di presentare un personaggio di grande importanza storica, sociale e soprattutto morale e religiosa. Ho voluto condividere con il lettore le parole sagge e toccanti di King, che hanno allargato le mie conoscenze riguardo gli argomenti più differenti e in particolar modo mi hanno completato spiritualmente.

Mi auguro che tocchino dal profondo dell’animo anche il lettore, che ha avuto il tempo e il “coraggio” di intraprendere questa lunga lettura, e che lo faccia riflettere sui problemi presi in esame, molti dei quali sono purtroppo ancora attualmente presenti.